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Anno giudiziario Catania: arrivano i “guastafeste” radicali

Ci sono voluti i radicali per ravvivare il clima soporifero dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Catania, stamane, a Palazzo di Giustizia (lo chiamano così). Stefano Burrello, quando la cerimonia era già agli sgoccioli, è intervenuto, leggendo un testo (i militanti radicali hanno fatto lo stesso in tutta Italia) che è un duro atto d’accusa contro le illegalità dello Stato italiano. Che viola diritti su diritti. Ed è un caso europeo, da tempo ormai.

Ecco il testo:
“intervengo in rappresentanza del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e di Radicali Italiani, come altri compagni in tutte le Corti di Appello, secondo una consuetudine radicale.
Intendiamo, ancora una volta, porre l’accento sul rispetto, da parte della Repubblica Italiana, di due principi consacrati nella Convenzione europea per i diritti dell’ uomo.
Alludiamo per un verso all’ art. 3 della Convenzione, che proibendo l’ inflizione della tortura, e di pene o trattamenti inumani o degradanti, risultava e risulta violato dalle condizioni di degrado vissute dalla stragrande maggioranza dei detenuti ristretti nelle carceri italiane; per altro verso all’ art. 6 della Convenzione, che nella previsione del diritto ad un processo che si svolga in tempi ragionevoli, risultava e risulta violato dalla sistematica mancanza di rispetto degli standard temporali individuati in sede europea come congrui per lo svolgimento dei tre gradi possibili di giudizio.
Di fronte all’ enorme mole di condanne inflitte a riguardo all’ Italia, il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio al Parlamento dell’ 8 Ottobre 2013 si esprimeva nei seguenti termini: “l’Italia viene […] a porsi in una condizione […] umiliante sul piano internazionale per le tantissime violazioni di quel divieto di trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti che la Convenzione europea colloca accanto allo stesso diritto alla vita. E tale violazione dei diritti umani va ad aggiungersi, nella sua estrema gravità, a quelle, anche esse numerose, concernenti la durata non ragionevole dei processi”.

Una tale situazione si è potuta produrre solo attraverso l’ azione “associata” dei tre poteri dello Stato. L’inefficienza del potere esecutivo sul terreno dell’organizzazione civile della vita in carcere e dell’ implementazione di un sistema efficiente di gestione dei Tribunali ha dovuto trovare la necessaria complicità di un legislatore incapace di approntare strumenti correttivi di natura preventiva e riparatoria, e l’ avallo decisivo della Magistratura. Non è possibile negare come quest’ ultima sia stata da un lato corresponsabile su entrambi i fronti attraverso l’ inefficace sorveglianza sulle condizioni carcerarie e l’ inefficienza nella conduzione rapida dei processi, dall’ altro lato indisponibile a sancire adeguati risarcimenti per i danni prodotti ai cittadini.

Dunque i ceti dirigenti italiani a vario titolo coinvolti nell’ amministrazione della giustizia non soltanto manifestano un’ enorme incapacità culturale di cogliere l’ importanza della tutela dei diritti umani, ma rivelano altresì una pervicace resistenza a rispettare le regole dello Stato di Diritto. Si tratta di un’ oligarchia impegnata ad attentare alle prerogative più sacre del popolo italiano.
Nel 2015 il copione è lo stesso: da un lato la legge di stabilità per il 2016 pone ostacoli alle azioni risarcitorie per la durata dei processi: stabilendo nuove condizioni di procedibilità, nuovi casi di irrisarcibilità del danno, abbattimenti ulteriori del quantum risarcitorio medio previsto per ogni anno di ritardo…
Per altro verso, circa le “riparazioni” previste dall’ art. 35 ter dell’ ordinamento penitenziario in favore dei detenuti vittime di trattamenti inumani, la sventagliata di rigetti e declaratorie di inammissibilità, sul versante civile come su quello penale, confermano come quella stessa Magistratura italiana incapace di individuare nel sistema strumenti atti a ristorare la lesione dei diritti fondamentali dei detenuti, nonostante uno storicamente robusto tasso di creatività, ha mostrato lo stesso sinistro profilo al cospetto di decisioni che avrebbero dovuto essere scritte sotto la dettatura della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’ uomo, e che invece non hanno mai visto la luce.
Dunque a fronte di un “problema giustizia” che sul piano civile produce giganteschi danni erariali che abbiamo denunciato alla Corte dei Conti (750 milioni di euro annui stimati per i risarcimenti, con un incremento di 8 milioni di euro al mese), sul piano penitenziario decine di “morti per pena” all’ anno con la piaga dei suicidi dovuti ad illegali condizioni carcerarie… si continua con controriforme tese ad aggirare i problemi piuttosto che mettere mano ad interventi strutturali in grado di risolverli: a partire da quei provvedimenti di amnistia ed indulto invocati dallo stesso Presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.
E mentre si “consuma” l’ ennesimo delitto italiano, il Presidente Mattarella non trova il modo di menzionare i problemi della giustizia nel suo discorso di fine anno.
Dopo trent’anni di violazioni, con il leader radicale Marco Pannella impegnato anche questa volta in prima persona, chiediamo alle massime autorità istituzionali italiane di riconoscere le profonde ferite inferte allo Stato di diritto costituite dall’amministrazione ritardata della giustizia e dalla violazione dei diritti umani universalmente riconosciuti, e l’impegno forte, efficace, calendarizzato per il rientro rapido nella legalità costituzionale italiana ed europea.”
Questo l’epilogo: per il resto, la cerimonia è stata nel solco di quelle degli ultimi anni. Presenti le autorità civili e religiose della città (fra gli altri, il sindaco Enzo Bianco e l’arcivescovo Salvatore Gristina, a pochi metri l’uno dall’altro), il sottosegretario di Stato all’agricoltura Giuseppe Castiglione, i vertici degli uffici giudiziari catanesi, con il procuratore della Repubblica facente funzioni Michelangelo Patanè, il Presidente del Tribunale Bruno Di Marco. Molto interessato (vedi foto) anche l’assessore regionale Giovanni Pistorio.
A leggere la relazione dell’anno giudiziario Carolina Tafuri, presidente della Corte d’Appello facente funzioni (da pochi giorni alla guida dell’ufficio è stato nominato Giuseppe Meliadò). Nel complesso, dalla relazione, emergono problemi antichi, a cominciare dalle lacune di mezzi e personale (soprattutto amministrativo). “Problemi logistici e una situazione disastrosa degli uffici giudiziari catanesi”: parole che si ripetono da anni.
Ma anche questioni sempre aperte a Catania, a conferma di equilibri politici e sociali immobilizzati, malgrado la propaganda di Palazzo. “Uso predatorio di risorse pubbliche” in questo modo ricorda il fenomeno dell’appropriazione a fini privati di mezzi che dovrebbero andare a vantaggio della collettività, in particolare nei quartieri popolari. Non solo: la relazione ricorda il “primato” catanese della criminalità minorile, l’abbandono scolastico, il dilagare dei reati legati alla droga (coinvolti tanti giovanissimi) la povertà di tante zone. Ecco, malgrado non sia più in vita, la denuncia del Presidente del Tribunale dei Minorenni Giambattista Scidà è sempre viva. Se ne facciano una ragione quelli del Palazzo.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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