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Dal No al Noi

Quello che è successo domenica a Catania non ha precedenti. Mai si era vista una città così compatta e determinata nel voler respingere un disegno politico (e assieme a questo i suoi promotori nazionali e locali) considerato, giustamente, regressivo. Catania è diventata un caso internazionale. Anche il “Guardian” si è accorto di quel 75 per cento di cittadini che si è recato alle urne per mettere una croce su No. Altro che Brexit. A Librino, in alcune sezioni, il No ha raggiunto il 90 per cento. Così anche in tutte le altre periferie. Numeri mai visti. Nemmeno ai tempi d’oro della Dc, o del berlusconismo. Nove persone su dieci. Trasversali ai partiti. Non voti di struttura, non voti di appartenenza. E nemmeno voti di pancia. Molti di questi cittadini, alle elezioni, hanno votato Bianco. O Crocetta. Altri, non erano mai andati a votare. Se foste andati all’ufficio elettorale, domenica mattina, avreste visto file interminabili di cittadini che andavano a ritirare la tessera elettorale, molti per la prima volta. Se foste andati in giro per i seggi avreste visto famiglie intere recarsi a votare, avreste visto giovani entrare in cabina, dopo aver ritirato la scheda, ed uscirne un attimo dopo, sapendo già cosa votare, a dispetto del quesito truffaldino. Avreste visto anziani, che a stento si reggevano in piedi, accompagnati dai figli o dai nipoti. E’stato un no liberatorio ma di merito e di prospettiva, un no costituente. Il segnale che esce dalle urne è: non ci fidiamo della tua riforma e non ci fidiamo di te, preferiamo la Costituzione.

E questo messaggio è arrivato soprattutto dalle periferie, le zone franche del diritto in cui la Costituzione non arriva. Nelle periferie, durante la campagna referendaria, i ras locali a caccia di voti per il Sì, hanno trovato platee ostili, cittadini non in vendita. A nulla, questa volta, sono valse le promesse di posti di lavoro o di vantaggi e benefici personali in cambio del Sì. Girando per i quartieri, parlando con i cittadini, facendo assemblee, durante la campagna referendaria, avevo avvertito questo sentimento. Che non è espressione di un ribellismo cieco ma di consapevolezza civile che coglie il nesso tra la propria condizione materiale e la direzione strategica che i mancati costituenti volevano imporre al paese. Se manca il lavoro, se si è più poveri, se gli autobus passano mediamente ogni due ore, se per fare una visita medica occorrono mesi (se non anni), se le scuole cadono a pezzi non è colpa della Costituzione (peraltro mai compiutamente attuata), non è colpa delle regole, ma dei giocatori, di un’intera classe politica, nazionale e locale.

Gli unici che non hanno capito la portata del voto di domenica sono gli esponenti locali del partito democratico. A cinque giorni dal voto di domenica, non un’autocritica si è vista da parte di chi nei mesi scorsi ha girato in lungo e in largo per spacciare la controriforma di Renzi come una rivoluzione: i vari Bianco, Sammartino, Sudano, Berretta, Castiglione, D’Agostino; i potentati e le oligarchie locali. Eppure, tra i destinatari di quel No, ci sono anche loro, soprattutto loro.

A noi tutti che abbiamo lavorato per far prevalere il No, compete adesso indagare le ragioni profonde di quel voto e tradurle in iniziativa politica. Partendo dagli ultimi, dai quartieri, dalle persone più esposte. E’ questa la sfida più grande che ci attende. Passare dal No al Noi.

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