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Ritardarono cesareo, Ospedale Vittorio Emanuele responsabile e parte civile al processo

Effettuarono parto cesareo in ritardo, l'Azienda ospedaliera responsabile e parte civile nell'udienza di rinvio a giudizio delle tre dottoresse indagate

Catania – L’azienda Ospedaliera Vittorio Emanuele di Catania, nell’udienza per il rinvio a giudizio di tre dottoresse dell’Ospedale Santo Bambino di Catania,, sarà presente davanti al Gip sia come responsabile civile che come parte civile.

La vicenda, legata all’apertura di un’inchiesta sulla nascita di un bambino con gravissimi disturbi neurologici avvenuta il 2 luglio 2015, vede protagoniste tre dottoresse. Sembrerebbe, secondo l’accusa, che due di loro, per non restare ancora a lavoro, abbiano tardato ad intervenire con un parto cesareo.

L’udienza è stata aggiornata al 12 ottobre.

Nell’ambito dell’inchiesta, come riporta la sicilia.it, è stato già eseguito un incidente probatorio sui danni neurologici subiti dal bambino.

I genitori del bambino e l’azienda ospedaliera si sono costituiti parte civile, quest’ultima è stata citata anche come responsabile civile su richiesta del legale della famiglia.

La vicenda, che risale allo scorso 2 luglio 2015 in occasione del parto di una giovane ragazza catanese di anni 26, Percolla Deborah, vede coinvolte la dott.ssa. Palano Amalia Daniela e Currao Gina, che per evitare di rimanere a lavorare oltre il proprio orario di lavoro, non soltanto omettevano di procedere con un immediato intervento cesareo nonostante i molteplici episodi di sofferenza fetale che il tracciato evidenziava (ben cinque episodi di bradicardia in poco più di un’ora) ma, addirittura somministravano al paziente l’atropina (farmaco che non trova alcuna specifica indicazione in travaglio di parto essendo, per conto, controindicato in presenza di sofferenza fetale), simulando in tal modo, una regolarità del tracciato in realtà non sussistente.

Le dottoresse Amalia Daniela Palano e Gina Currao sono infatti accusate di non avere eseguito subito il parto cesareo.

Implicata nell’indagine anche la dott.ssa Cairone Paola, che pur non essendo a conoscenza degli avvenimenti precedenti, poneva in essere una serie di condotte negligenti, imprudenti ed imperite, da un lato praticando alla Percolla, per ben due volte, le c.d. manovre di Kristeller (pratica bandita della linee guida) nonostante un tracciato non rassicurante, e dall’altro, non contattando in tempo il neonatologo in quale, arrivato quando già il feto era stato espulso dalla madre, effettuava il proprio intervento di rianimazione con gravissimo ritardo.

Il legale della famiglia ha dichiarato: “Ad oggi, a due anni dai fatti, l’Azienda non si è mai fatta sentire con i genitori del piccolo, neanche per conoscere le condizioni di salute dello stesso”.

L’inchiesta è stata avviata dopo una denuncia presentata dalla famiglia.

Come annunciato l’11 dicembre scorso, il Gup ha ammesso le associazioni Codacons e Codici come parti civili.

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Redazione

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